| Abbiamo incominciato nel 1997. Eravamo una ventina, tutti diciottenni tranne il regista, Pietro Floridia, di dieci anni più vecchio. Abbiamo incominciato a fare teatro grazie ai fondi del Ministero degli Interni per la prevenzione della tossicodipendenza. Nel centro sociale del nostro comune, Ozzano dell'Emilia, girava infatti parecchia droga. Inoltre, ogni tanto, qualcuno di notte entrava e spaccava tutto. Così, quelli dell'amministrazione hanno incominciato a preoccuparsi delle sorti dei loro ragazzi e, come alternativa al bar, "per creare occasioni di socializzazione" hanno commissionato alla compagnia del Teatro dell'Argine un laboratorio teatrale. Con Pietro, all'inizio, abbiamo soprattutto parlato. Del teatro. Di noi. Poi, qualche settimana dopo, dalla borsa ha tirato fuori un libro. Sul dorso c'era scritto: William Shakespeare. Amleto. Ci ha detto che, ribelli come eravamo, con quel senso di schifo nei confronti del mondo, con quella sensibilità e quel casino che avevamo in testa, Amleto poteva essere un buon compagno di viaggio. Poteva raccontarci qualcosa di utile su quello che stavamo vivendo. E noi potevamo dargli una svecchiata. Potevamo capirlo come nessun altro, magari non tutte le metafore o gli ossimori, ma quello che gli frullava dentro, quello sì. Ci abbiamo lavorato per un anno, nel corso del quale ad insegnarci recitazione sono venuti parecchi professionisti e abbiamo superato parecchie difficoltà. Dopo la chiusura del centro giovanile, abbiamo provato in una scuola abbandonata, in un fienile sulle colline, in mezzo ai campi. Le canne di bambù erano le nostre spade, i covoni di fieno i nostri bastioni. Nulla avrebbe potuto fermarci. Era questione di vita o di morte fare quello spettacolo. L'abbiamo fatto nell'estate del 1998 in una torrida soffitta. Durante la prima sono andate a fuoco delle tende alte più tre metri. Le abbiamo spente e abbiamo continuato. Sono scoppiate delle lampadine. Abbiamo spazzato via i cocci e abbiamo continuato. Abbiamo continuato, scena dopo scena, a riempire quei versi di tutto quello che avevamo dentro e di cui neanche sapevamo il nome, fino a colmarne tutta la sala, fino a che il pubblico non ha incominciato a piangere, fino a che il principe non è morto… e alla fine, dopo che Orazio gli ha chiuso gli occhi, quando il resto è divenuto silenzio, ci siamo guardati e qualcosa dentro di noi era cambiato. Eravamo cresciuti? Forse no, forse sì. Di certo, non eravamo più venti solitudini, eravamo un gruppo, fondato senza neanche dircelo, eravamo le Saracinesche - Ozzano Teatro Ensemble. Dopo questa meravigliosa primavera di inconsapevolezza e spontaneità, dopo il generoso raccolto dell'estate, è venuto il tempo di rimboccarsi le maniche, di piegare la schiena e faticare, di "coltivare" la nostra passione. Ecco che quindi sono incominciate tre stagioni all'insegna dello studio, dell'acquisizione degli strumenti tecnici, del tentativo di trasformarci da una brigata di ragazzotti entusiasti in buoni attori. Per fare questo, oltre al quotidiano lavoro con Pietro, abbiamo incominciato ad invitare per seminari e stage attori e registi di sempre maggiore esperienza tra cui Roberto Mantovani, Alessandro Bedosti, Erica Giovannini, Marco Toloni, Giancarlo Cobelli (che l'anno prima aveva scelto uno dei nostri per il Macbeth). Abbiamo deciso di andare in scena soltanto una volta l'anno, in maniera tale da avere tempo sufficiente per usare le prove anche a fini didattici. Abbiamo scelto di lavorare su testi che offrissero ottime potenzialità di crescita alla compagnia: "I Dublinesi" di Joyce, formidabili per lavorare sul personaggio e "Il sogno di una notte di mezza estate" e "Romeo e Giulietta" nella convinzione che Shakespeare, a dirla con Peter Brook, sia una straordinaria palestra sia tecnica che umana per una compagnia di giovani. Dopo cinque anni, è cominciato ancora un altro tempo, quello della riflessione sulle cose che vogliamo dire e sul tipo di teatro che vogliamo fare, quello in cui si cerca un'identità. Come? Osservando, discutendo e facendo. Viviamo in un luogo concreto, circondati da persone concrete, con vite concrete. È a loro che parliamo. A ragazzi della nostra età. Con una faccia, con delle speranze, con delle paure come le nostre. Di cosa parliamo? Di quello che secondo noi è importante, dei pericoli che corriamo. Ecco che allora per molti mesi le nostre prove si sono trasformate in discussioni, in simulazioni, in esercizi intesi a comprendere le dinamiche del potere, i meccanismi di cui le dittature sono solite servirsi per manipolare le persone, e che, nei casi estremi, hanno portato alla distruzione di minoranze. Ne è nato lo spettacolo "Cronache da un mondo perfetto" realizzato insieme ai professionisti del Teatro dell'Argine, spettacolo interattivo in cui il pubblico indossava un costume, faceva delle scelte, costruiva lui stesso una drammaturgia dentro un meccanismo in cui convergevano aspetti propri del gioco di ruolo, dell'esperimento sociologico e della simulazione. |